Viaggio alla scoperta del territorio: Presentazione dell’Alta Valle dell'Esino

Lezione tenuta il 18.10.02 nell'ambito del corso di Ecologia agraria per la IV B dell'Istituto Tecnico agrario "G. Vivarelli" di Fabriano di Francesco Sbaffi

Introduzione

Le Marche costituiscono una regione geografica che dal crinale degli Appennini si collega, attraverso una serie di colline al mar Adriatico.

I rilievi più importanti della regione si trovano a sud, nel gruppo dei Sibillini, dove è situato il  monte Vettore (2233 m slm), che rappresenta la vetta più alta.

I corsi d’acqua principali, il Foglia, il Metauro, il Misa, l'Esino, il Musone, il Potenza, il Chienti, il Tenna, l'Aso ed il Tronto sono disposti in modo quasi parallelo tra loro e scorrono in direzione ovest – est dando origine ad altrettante valli  aperte verso il mare Adriatico. 

Le zone montagnose più elevate, in cui predominano rilievi rupestri con versanti molto ripidi, sono caratterizzate dagli affioramenti più antichi rappresentati dal Calcare massiccio. Si tratta di substrati risalenti all'Era Mesozoica (215 - 180 milioni di anni) e particolarmente resistenti agli agenti pedogenetici.

Calcare massiccio, formazione rocciosa con presenza di arbusti di leccio

Nelle aree collinari si rinvengono sedimenti di calcare argilloso, argilla o arenaria che appartengono all'Era Cenozoica e Neozoica, in particolare al periodo del Pliocene inferiore - Pleistocene (7 - 5 milioni di anni).

I sedimenti delle aree di pianura e litoranee sono di natura sabbioso-argillosa, risalenti sempre al pliocene ed in parte pleistocene.

Il territorio marchigiano presenta un assetto strutturale relativamente semplice caratterizzato da una serie di pieghe anticlinatiche e sinclinatiche e da faglie.

Dal punto di vista orografico si possono individuare tre elementi geologici distinti: il bacino marchigiano interno, la dorsale marchigiana ed il bacino marchigiano esterno.

Il bacino marchigiano interno si configura  come una ampia depressione racchiusa tra due catene montuose che si estende in direzione Nord-Nord-Ovest Sud-Sud-Est seguendo la direzione appenninica e sostanzialmente parallele alla costa adriatica. Ad ovest si trova la dorsale umbro marchigiana e ad est la dorsale marchigiana interna. All’interno di questo bacino si trovano modesti rilievi: a fianco della dorsale umbro marchigiana si trova la dorsale mediana costituita dai monti Puro, Gioco del Pallone, Cafaggio e Gemmo che separa la dorsale appenninica dalla piccola sinclinale di Serradica-Campodonico. Altre dorsali minori sono quelle costituite dai monti Nebbiano e S. Croce e dai monti Cimale, Valmontagnana, Frasassi e termine. La struttura geologica è caratterizzata dai litotipi calcarei-marnosi e sabbioso arenacei.

La dorsale marchigiana esterna rappresenta tutta quella catena montuosa, che si spinge a sud fino al complesso dei monti Sibillini, dominata dal complesso del monte S. Vicino ( 1479 m slm). Questa anticlinale è incisa "a pettine" da valli profonde subparallele ad andamento ortogonale (quindi in direzione del mare) originate su faglie di origine tettonica. I rilievi sono costituiti da rocce dell'Era Mesozoica prevalentemente calcari massicci o calcari marnosi.

Il bacino marchigiano esterno occupa la maggior parte del territorio regionale, si presenta come un continuo susseguirsi di più o meno blande ondulazioni collinari con quote altimetriche progressivamente decrescenti da ovest verso est in direzione del mare. La struttura geologica è caratterizzata dalle argille marnose, sabbie e arenarie. Lungo i maggiori corsi d'acqua sono presenti depositi alluvionali ghiaiosi.

L'Alta Valle dell'Esino

L'area di colloca esattamente nella zona centrale delle Marche a cavallo tra le province di Ancona e Macerata. Con l'Alta Valle dell'Esino si individua quel territorio compreso nella parte montana del bacino del fiume Esino. La sua collocazione nel bacino interno marchigiano fa si che, contrariamente alle altre valli della regione, sia disposto lungo la direttrice Nord Sud e sia escluso agli influssi climatici del Mar Adriatico. Il fiume più importante, l'Esino nasce dal monte Cafaggio, nel comune di Esanatoglia, e, dopo aver raggiunto Matelica, scorre in direzione Nord, percorrendo zone marnose e arenacee, fino alla località Borgo Tufico dove riceve le acque del fiume Giano provenienti dal Fabrianese. In località S.Vittore di Genga l'Esino confluisce con il suo maggior affluente, il fiume Sentino, da quel punto il corso del fiume gira in direzione Est per attraversare la dorsale interna marchigiana con una profonda e stretta gola: la Gola della Rossa.

L’Evoluzione morfologica di questa regione risale all’Era Cenozoica (Terziario)  e precisamente al Pliocene (4 milioni di anni fa) quando emerge la catena montuosa degli Appennini ed in seguito ai processi orogenetici si formano le fasce collinari. Nel Pleistocene inferiore (2,3 milioni di anni fa) il paesaggio si approfondisce con faglie e fratture tettoniche poi modellate dagli agenti esogeni e l'erosione dei corsi d'acqua che causano un approfondimento delle valli fluviali. Le colline di natura argillosa e arenacea si degradano più facilmente delle dorsali montuose prevalentemente calcaree. Questo fa si che il paesaggio presenti un aspetto caratteristico di crinali prativi arrotondati e versanti molto acclivi e rupestri tagliati da gole profonde coperti da vegetazione.

Veduta del complesso del monte S. Vicino (Foto F. Sbaffi)

Veduta della Dorsale minore Nebbiano S. Croce (Foto F. Sbaffi)

La vegetazione attualmente presente è rappresentata da lembi residui di boschi tra i campi nella fascia collinare e da boschi nella zona montana.

L'effetto della presenza dell'uomo impedisce lo sviluppo della vegetazione potenziale che rappresenta le Associazioni climax, ovvero quelle vegetazioni che si avrebbero dopo una serie vegetazionale di transizione se l'uomo non intervenisse più nel territorio. Questa Vegetazione Potenziale, per tutto l'ambiente dell'Alta Valle Esina è rappresentata da boschi. 

Veduta del bacino interno marchigiano (detta anche Sinclinale Camerte) in direzione sud (Foto F. Sbaffi)

Veduta della dorsale minore Nebbiano S. Croce compresa nel bacino interno Marchigiano (Foto F. Sbaffi)

 I boschi

Questa vegetazione forestale si differenzia principalmente in base alla distribuzione in senso altitudinale.

Una prima tipologia è individuabile nella zona collinare in cui sono presenti alcuni tipi di boschi misti:

Bosco di roverella: (Quercetalia pubescentis)  predilige soprattutto i substrati marnoso-arenacei ed i versanti più soleggiati. Prevale la roverella (Quercus pubescens) consociata ad ornello (Fraxinus ornus), acero (Acer abtusetum), ginepro (Juniperus communis) ecc. L'Area di distribuzione  di questo bosco corrisponde a tutto il piano collinare fino ai 1000 metri di altitudine, che in realtà è intensamente coltivato. Per questo motivo del querceto di roverella si trovano pochi lembi residui tra i campi. Spesso la roverella è presente isolatamente tra i campi o disposta in filari. Tutti i grandi alberi che ancora si possono ammirare sparsi qua e là nella campagna marchigiana sono alberi di Roverella. 

Bosco di Carpino nero: (Scutellario- Ostryetum) predilige i rilievi calcarei. Si tratta prevalentemente di boschi misti (propriamente detti orno ostrieti) nei quali si rileva una importante presenza oltre al Carpino nero (Ostrya carpinifolia) dell’Ornello (Fraxinus ornus), all’acero di Ungheria (Acer obtusetum).

In modo meno diffuso si trovano altre formazioni forestali:

Bosco di nocciolo e Carpino bianco: (Carpino betuli- Coryletum avellanae), predilige gli impluvi in cui si raccoglie una maggiore umidità. Domina il Nocciolo (Corylus avellana) spesso consociato a Carpino Bianco (Carpinus betullus). 

Bosco di leccio: (Cephalentheros-Quercetum ilicis) presente nelle aree calcaree più termofile esposte a sud in cui domina la presenza del leccio (Quercus ilex).

La zona montana, che si sviluppa sopra gli 800-850 metri di altitudine fino alle quote più alte rinvenibili, è interessata da un unico tipo di vegetazione forestale, il bosco di faggio:

Bosco di faggio: (Polystico – fagetum) nelle quote più basse la faggeta presenta una consociazione con Agrifoglio (Ilex acquifolium) e Tasso  (Taxus baccata). La potenzialità del Faggio si spinge ben al di sopra delle vette montane presenti tanto che potrebbe ricoprire anche le vette del monte S. Vicino, ma queste si presentano attualmente disboscate a scopo pascolivo.

I boschi artificiali:

Le misere condizioni economiche nella seconda metà dell’800 spinsero le popolazioni a sfruttare il territorio montano, la legna rappresentava la principale forma di energia così si verificò uno sfruttamento enorme dei boschi. I turni di taglio molto frequenti trasformarono ben presto i boschi in semplici pascoli cespugliati. Anche l’impatto determinato dall’apertura e manutenzione della ferrovia è stato particolarmente importante per l’ingente uso di legname per la costruzione delle traverse ferroviarie. Basti pensare che la linea ferroviaria Roma Ancona ultimata nel 1866 secondo le previsioni del tempo avrebbe utilizzato  fino ad un terzo del bosco presente. Alla fine del 1800 il paesaggio montano si presentava sicuramente più depauperato che ai nostri giorni. La situazione di degrado spinse ad una politica di rimboschimenti artificiali a partire dai primi anni del 1900.

Nell’alta Valle Esina i primi rimboschimenti artificiali risalgono al 1914-1916 (Pineta di Campodonico e Genga) con l’impiego di resinose quali il pino nero, pino marittimo, pino domestico.

L’uso di queste specie resinose si è poi rivelato negativo nel tempo, in particolare per l’elevato rapporto di dominanza, la forte sensibilità agli incendi, e sensibilità ai parassiti. L’evoluzione del suolo inoltre risulta lenta in quanto la forte presenza di resine negli aghi dei pini rallenta la loro umificazione.

Storia ed evoluzione del paesaggio

Nella Foto: Pagliaio di sarmenti di vite (Foto F. Sbaffi)

Il paesaggio dell'Alta Valle dell’Esino, si presenta fortemente antropizzato. Le foreste e le paludi sono state sostituite da campi coltivati e alberature artificiali. Il paesaggio prevalente dunque è di tipo agrario, caratterizzato da elementi geometrici e allineamenti caratteristici dei campi coltivati o degli impianti arborei. Si trovano residui di boschi tra i campi che testimoniano la potenzialità della foresta su questa vasta area.

Già dall'era neolitica l'uomo diviene agricoltore ed allevatore cominciando lentamente a disboscare e dissodare il terreno appropriandosi in questo modo degli spazi della natura in modo sempre maggiore con il progresso della civiltà.

L’epoca della civiltà picena, che interessa tutta l’area medio adriatica tra il IX ed il III secolo a. C., rappresenta un periodo di grande sviluppo della attività agricola in particolare per la produzione di frumento, la coltivazione della vite e dell'olivo. Numerose sono le testimonianze di questa civiltà nella zona dell’Alta Valle dell’Esino. La ricchezza della produzione agricola rappresentò sicuramente la merce di scambio più preziosa che spinse i mercanti greci che commerciavano lungo le rotte del Mar Adriatico a risalire le valli fluviali fino all’entroterra delle Marche  (vedi in proposito gli articoli: "Tutti a scuola a Matelica […]" e "Quale continuità nel passato di un vino […]" pubblicati nella Vigna Letteraria del sito web www.verdicchiodimatelicadoc.it).

Nell’epoca romana, in particolare nell’età augustea, si diffondono alberi da frutta quali il mandorlo, il pesco ed il prugno. Con il crollo dell’impero romano il paesaggio va incontro ad un abbandono generalizzato con la ricomparsa di zone paludose ed il  bosco riprende il sopravvento.  

Il paesaggio agrario oggi visibile risale ai secoli XV e XVI con la nascita della mezzadria nelle Marche. In particolare con lo sviluppo della cerealicoltura (nel 1700 si diffondono le colture del granoturco, la patata e il pomodoro) e l'affermasi della viticoltura. La drastica riduzione della zona boschiva si è arrestata solo nelle zone più ripide a ridosso dei monti.

Il paesaggio agrario ai nostri giorni si presenta in forte evoluzione, la meccanizzazione agricola e la razionalizzazione delle imprese agricole porta ad una "semplificazione" del paesaggio con l'eliminazione di alberate (tipiche le alberate o "tirate" in cui le viti erano sostenute ad alberi in larghi filari), siepi e fossi. Rimangono a rendere suggestivo il paesaggio i residui boschivi costituiti da elementi arborei isolati lungo le strade poderali o raggruppati nelle aie delle case rurali in cui predomina la roverella (Quercus pubescens).

Nella foto: Paesaggio agrario con elementi geometrici dei vigneti, nello sfondo i versanti rupestri della dorsale marchigiana interna (Foto: F. Sbaffi)

La legge regionale n 6/73 “ Prime disposizioni per la salvaguardia della flora marchigiana” (successivamente modificata con la legge n 39/75) prevede la tutela delle piante di alto fusto, di cui in tutto il territorio regionale è vietato l’abbattimento senza una specifica autorizzazione. L’attenzione è rivolta in particolare alla tutela degli alberi secolari che crescono tra le zone coltivate, nelle aree urbane o lungo le strade, che costituiscono un patrimonio naturale di grandissimo interesse paesaggistico estetico e scientifico. Queste piante d’alto fusto (Quercia, Pino, Castagno, Tasso, Faggio ecc) rappresentano qualcosa di più di un elemento di eccezionale bellezza del paesaggio e di una testimonianza delle condizioni originali del mantello forestale primigenio; essi rappresentano infatti anche una preziosa fonte di germoplasma, da cui trarre gli elementi per un sicuro miglioramento genetico nelle nostre piante forestali.

Le colture agricole sono spesso separate da fossi o stradine di campagna. Lungo i fossi predominano piante igrofile quali pioppi ( Popolus nigra var italica Pippo cipressino) e salici (Salix triandra). Le siepi presenti lungo le strade poderali o a separazione dei campi coltivati sono caratterizzate da arbusti quali i biancospini (Crataegus oxycanta) Prugnoli selvatici (Prunus spinosa), la rosa selvatica (Rosa canina) o il rovo (Rubus fruticosa).  

L'Area della gola della rossa

Area di particolare interesse paesaggistico e naturalistico che costituisce il Parco Regionale Naturale della Gola della Rossa - Frasassi.

L'ambiente è caratterizzato da importanti dislivelli ed ambienti rupestri di calcare massiccio. L'area è attraversata dal fiume Esino e dal suo affluente Sentino che hanno creato nel loro corso profonde gole. Ciò è stato possibile perché i tracciati dei fiumi si sono stabiliti prima del sollevamento della dorsale montuosa e si sono mantenuti dopo tale sollevamento. L'erosione fluviale ha quindi poi proceduto a scavare profonde gole.  Il calcare che costituisce l'elemento litologico predominante si presta al fenomeno carsico che è all'origine di importanti complessi di grotte sotterranee (complesso delle grotte di Frasassi).

L'area del monte S. Vicino

Il monte S. Vicino rappresenta la vetta più elevata per la provincia di Ancona (1479 m slm). Area tipicamente montana che nel versante occidentale si presenta fortemente acclive e rupestre.

Verdicchio di Matelica

Grappolo di Verdicchio Bianco (Foto: F: Sbaffi)

Riconosciuto con D.P.R. 21.7.1967 modificato con D.P.R. 13.9.1995

E' stato riconosciuto vino a D.O.C. il 21 Luglio 1967. Si produce in una zona a ridosso dell'Appennino umbro-marchigiano a cavallo tra le Province di Ancona e Macerata, con epicentro nella Città di Matelica (MC). Il comprensorio di produzione è situato nel cuore dell'Alta Valle Esina, insistendo in parte dei Comuni di Camerino, Castelraimondo, Cerreto d'Esi, Esanatoglia, Fabriano, Gagliole e Matelica. La disposizione (particolarissima ed unica nelle Marche) Nord-Sud di questa valle, la sinclinale camerte, impedisce l'arrivo degli influssi mitiganti marini generando un microclima mediterraneo-continentale caratterizzato da maggiori escursioni termiche dalla notte al giorno e dall'Estate all'Inverno. L'effetto di questo clima dà origine ad un'uva ricca di estratti, aromi primarî, zuccheri e polifenoli, che si traduce poi in un vino dotato di un elevato corpo che conferisce una particolare attitudine all'invecchiamento. L'areale di coltivazione conta una superficie vitata di circa 270 ettari distribuita in collina ad altitudini comprese fra 400 e 650 m s.l.m, che produce mediamente 3.200 tonnellate di uva corrispondente all'incirca a 25.000 ettolitri di vino. Il Consorzio Tutela Verdicchio di Matelica riunisce solo dieci Cantine imbottigliatrici.

La viticoltura è antichissima in questa regione: testimonianze paleobotaniche (semi di vite rinvenuti nella tomba di villa Clara nel 1998) risalenti al periodo piceno indicano uno sviluppo fiorente della viticoltura sicuramente a partire dal VIII secolo a.C..

In particolare il periodo d'oro della viticoltura matelicese si sviluppa a partire dal XVI secolo quando illustri studiosi hanno rivolto la loro attenzione ai prodotti enologici di Matelica: l'archiatra papale Andrea Bacci, il fabrianese Francesco Scacchi per citare i più importanti. E' il Notaio matelicese Niccolò Attucci che nel 1579 per primo nomina espressamente il vitigno che da il nome al nostro vino di Matelica: il Verdicchio.

Il Vitigno

Si ottiene con uve del vitigno Verdicchio. Possono concorrere i vitigni autorizzati, a bacca bianca, fino ad un amassimo del 15%.

Le tipologie

Verdicchiodi Matelica, Spumante, Riserva e Passito.

Le carateristiche

Aspetto: Brillante dal colore paglierino tenue.

Profumo: delicato, fragranza fresca e persistente di frutta non completamente matura.

Gusto: asciutto, morbido, armonico, con retrogusto gradevolmente amarognolo.

Gradazione alcolica: minimo 11,5º.

Può essere designata la menzione Riserva, se ha una gradazione di 12,5º ed un invecchiamento di almeno 24 mesi, 4 di affinamento in bottiglia.

La tipologia Passito ha una gradazione di almeno 15º ed un anno circa di invecchiamento. L'immissione al consumo avviene dopo un anno da quello della produzione di uve.

Età ottimale

E' un vino di razza. Va bevuto giovane o invecchiato. Le migliori produzioni maturano più a lungo senza perdere freschezza e fragranza.

Francesco Sbaffi


Bibliografia

  1. S. Ballelli, E. Bondi, C. Cortini Pedrotti, C. Francalancia, E. Orsomand, F. Pedrotti, Il patrimonio vegetale delle Marche, Regione Marche Assessorato Urbanistica e Ambiente, Ancona 1981.
  2. S. Ballelli, E. Bondi, C. Cortini Pedrotti, C. Francalancia, E. Orsomand, F. Pedrotti, Carta della vegetazione delle Marche da "Il patrimonio vegetale delle Marche", Regione Marche Assessorato Urbanistica e Ambiente, Ancona 1981.
  3. E. Bondi, M. Baldoni, Natura e Ambiente nella Provincia di Ancona, Ancona 1996.
  4. A.A.V.V., I castelli, la terra e le acque viaggio alla scoperta del territorio, HESIS , Tecnostampa Recanati 
  5. A.A.V.V., Manuale di Agricoltura, Hoepli, 1991
  6. E. Garzanti, Scienze della Terra, A. Vallardi Editore 1999 
  7. G. Castagnari (a cura di), La città della carta, Comune di Fabriano, Arti Grafiche Jesine, 1986
  8. www.verdicchiodimatelicadoc.it