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Quale continuità
riscontrare nel Passato di un Vino: il caso del Verdicchio di
Matelica*
di Alvise Manni e Francesco
Sbaffi
L'origine dei vitigni attualmente coltivati è per lo più
sconosciuta. In molti casi si hanno riferimenti che risalgono ai
secoli passati, eppure i tentativi di riconoscere in alcune delle
attuali cultivar quelle citate dalle fonti antiche, spesso non
portano ad ottenere elementi sufficientemente attendibili . Per
millenni infatti l'uomo ha operato una selezione massale del
materiale di propagazione, cioè ha scelto di coltivare sempre le
piante che considerava più valide per vigore o produttività o
bontà dei proprî frutti. Il patrimonio genetico della vite è
però alquanto eterogeneo ; la riproduzione per seme, che è la
forma di propagazione naturale della specie, di norma dà origine
a delle discendenze che presentano caratteri diversi dalla pianta
madre. La diffusione nel tempo inoltre di virosi e malattie virus-simili,
che modificando l'aspetto di uno o più organi e a volte le
caratteristiche del frutto, ha creato ulteriori differenze all'interno
della popolazione di individui . Così fino agli inizî del
nostro secolo tutti i vitigni da vino erano costituiti da
popolazioni più o meno dissimili tra di loro, ma anche
eterogenee al loro interno. Numerosi reperti paleontologici
fossili trovati nel Continente europeo attestano che, almeno a
partire dall'Era Terziaria, cominciarono a fare la loro
apparizione piante riferibili al genere Vitis pur trattandosi di
una flora ancora molto diversa dall'attuale vite . E' nel
Quaternario che compare sicuramente la Vitis vinifera L. specie
di cui fanno parte la maggioranza delle varietà ad uva da vino e
da tavola attualmente coltivate. Limitatamente al solo panorama
italiano, ritrovamenti archeologici del 1985 risalenti al
Paleolitico hanno permesso di recuperare vinaccioli e tralci di
vite presso il Fiume Conca nel Riminese . E' importante
sottolineare che alla specie vinifera appartengono le due
distinte sottospecie: Vitis vinifera L. silvestris Hegi, cioè la
vite selvatica e Vitis vinifera L. sativa Hegi, che è quella
coltivata, apparsa cronologicamente più tardi. Fino alla prima
Età del Bronzo infatti le testimonianze archeologiche mostrano
semi di Vitis vinifera L. silvestris Hegi, ma ancora non si può
parlare di vinificazione visto che "
le sue bacche
dovevano essere una componente dell'economia di raccolta tipica
di quelle culture, insieme alle bacche del corniolo, del sambuco,
del rovo, della sanguinella e del lampone." . Il graduale
passaggio fra le due suddette sottospecie (compreso nel più
vasto processo di addomesticazione dell'agricoltura) segna la
nascita della viticoltura, che si fa risalire quindi forse alla
fine del Mesolitico e sicuramente al Neolitico almeno nell'area
compresa tra la regione del Caucaso e la cosiddetta Mezzaluna
fertile. Dall'Asia Minore la coltura della vite e la produzione
di vino si sono poi diffuse verso Occidente fino al bacino del
Mediterraneo. Seguendo la traccia dei genotipi che si sono via
via affermati nei varî luoghi durante le diverse tappe di questo
lungo 'viaggio' protrattosi da allora fino ad epoche più recenti,
si possono individuare due vie principali di diffusione: la rotta
meridionale (dal Medio Oriente alle isole del Mediterraneo) e la
rotta del Nord (dalla Turchia e Grecia verso il Mare Adriatico)
che interesserà poi anche la nostra regione Marche. Il modello
di diffusione dei varî vitigni orientali risulterà così
condizionato dal percorso, più o meno breve, compiuto dai
colonizzatori che erano usi a portare con sé vinaccioli o
porzioni di tralci: i primi meno deperibili ed ingombranti, i
secondi più pratici da reperire e più veloci da propagare .
Tornando in Italia, già conosciuta dagli antichi storici
ellenici del V secolo a. C. come Enotria (dal greco Oijnwtriva =
terra del vino), i prodromi della coltura della vite si possono
individuare nella tarda Età del Bronzo nel Sito di Stagno (LI)
dove accanto a vinaccioli sicuramente di vite selvatica se ne
riscontrano altri invece di vite domestica . E' però solo all'Età
del Ferro (IX secolo a. C.) che risalgono i ritrovamenti di semi
esclusivamente di quest'ultima sottospecie come nel caso di Gran
Carro di Bolsena (VT). E' oramai accertato che la colonizzazione
greca dell'VIII secolo a. C. nel Meridione d'Italia, apportando
nuove tecniche di coltivazione, quali la potatura corta e l'allevamento
a ceppo basso o a 'palo secco' , entrava in competizione con la
tradizione indigena prima e con quella degli Etruschi in seguito.
Questi ultimi infatti, a differenza dei Greci, allevavano la vite
usando un sostegno vivo costituito da una specie arborea tra
quelle più diffuse nelle campagne, quali ad esempio l'acero
campestre o l'olmo (questa tecnica della vite 'maritata' ha poi
passato indenne i secoli attraversando il Medioevo e l'Età
Moderna fino ad essere ancor'oggi visibile in sistemi di
allevamento tradizionale oramai in disuso) . Con il raffinarsi
delle metodiche di scavo archeologico, sempre più supportate
dalla moderna tecnologia, unitamente alla maggior sensibilità
storica riservata sia agli oggetti della cultura materiale sia ai
reperti organici, disponiamo ora di un elevato numero d'informazioni
derivanti da altre discipline specialistiche come la
paleobotanica . Una recentissima scoperta in questo settore ha
portato all'attenzione degli Studiosi la zona (vd. fig. 1) in cui
ricade l'Areale di produzione del Verdicchio D.O.C. di Matelica ,
fratello del Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico ultimamente
sotto i riflettori dell'opinione pubblica internazionale grazie
ai prestigiosi successi enologici conseguiti . Il Territorio in
questione è stato abitato nel periodo protostorico dal Popolo
preromano dei Piceni , che si sono stanziati nella caratteristica
forma protourbana per vicos et pagos (senza cioè che si
arrivasse alla formazione di centri demici di natura urbana di
dimensioni rilevante); la classe dirigente viveva grazie allo
sfruttamento delle risorse agricole e del controllo delle
strategiche vie di comunicazione transappenniniche che erano
vitali per il commercio . Alla fine del mese di Ottobre del 1998
nella zona meridionale del centro urbano di Matelica, in Via G.
Rossini, durante lavori di edilizia privata presso l'area verde
condominiale di Villa Clara, è stata rinvenuta una tomba picena,

Planimetria tomba 1,
età picena; Matelica, area verde condominiale di
Villa Clara, da AA. VV., Archeologia a Matelica.
Nuove acquisizioni, (Catalogo della Mostra, Matelica
Palazzo Ottoni Marzo-Ottobre 1999), Comune di
Matelica - Ministero per i Beni e le Attività
Culturali - Soprintendenza Archeologica per le Marche,
S. Severino M. 1999, p. 42.
di un princeps guerriero, risalente alla seconda metà dell'VIII-inizî
del VII secolo a. C. appartenente alla necropoli di Piano del
Crocifisso (Lottizzazione Zefiro) distante solamente poche
centinaia di metri. In antico era circondata da un fossato e
ricoperta da un tumulo non più presente. La fossa terragna,
orientata SO-NE, misura circa 2,90 x 2,30 m e si trova
attualmente alla profondità di quasi 0,40 m dal livello di
campagna . Di grandissimo interesse storico e scientifico è poi
il rinvenimento di più di 200 vinaccioli di Vitis vinifera L.
sul fondo di un bacile bronzeo distanziato dagli altri recipienti
rinvenuti . L'alto rango del defunto è testimoniato dal ricco e
variegato corredo tanto che sia l'elmo sia il coltello
sacrificale così come il 'bastone di comando' e la situla,
rappresentano degli unica . Si è riscontrato inoltre, ad una
quota superiore a quella del resto del corredo, la presenza di
uno scheletro completo di un porcellino da latte con accanto il
coltello con cui è stato sacrificato . Tutte queste particolarità
suddette, a cui occorre aggiungere l'associazione delle due
offerte alimentari di carne ed uva (ricollegabili rispettivamente
a Tellus ed a Dioniso, Divinità Infere e Supere), hanno reso
questa scoperta meritevole di studî approfonditi . Si è quindi
dibattuto pubblicamente sugli aspetti relativi a questo scavo ,
con risultati molto soddisfacenti scientificamente. Sono state
rilevate infatti alcune analogie con i rinvenimenti della tomba
85 presso Verucchio (RN), epicentro della Civiltà villanoviana
durante l'Età del Ferro , relativamente ai semi di vite
recuperati in quel contesto, ed al loro vasellame chiaramente da
simposio. Quindi questa testimonianza di una pratica viticola, se
non ancora specificatamente vinicola, a Matelica è a tutt'oggi
la più antica delle Marche è si colloca cronologicamente all'inizio
della domesticazione della vite. Essa è costituita dalla
presenza dei vinaccioli provenienti dai grappoli di uva situati
all'interno del bacile piceno. "
Per tutti i reperti in
nostro possesso le differenze osservabili si sono dimostrate tali
da consentire una sicura attribuzione alla vite coltivata. Si è
fatto comunque ricorso anche all'indice larghezza/lunghezza (la/lu),
calcolato come rapporto fra larghezza e lunghezza massima di
ciascun vinacciolo. E' importante precisare che l'indice consente
di attribuire i vinaccioli a vite selvatica se compreso fra 76 e
83, a vite domestica se compreso fra 44 e 53, mentre non consente
un'attribuzione precisa se compreso fra 54 e 75
L'insieme di
questi dati ha permesso una precisa identificazione per tutti i
nostri reperti, i cui indici sono risultati compresi fra 44 e 53,
con una sola eccezione in cui l'indice è risultato 60." .
Questa scoperta archeologica e scientifica retrodata enormemente
la vocazione vitivinicola del Matelicese senza peraltro
permetterci di sostenere un diretto collegamento con la
situazione viticola ed enologica attuale. Per la successiva Età
Romana

- Bassorilievo
con coniglio ed uva (in alto), età romana;
Matelica, Museo V. F. Piersanti, da M. CEGNA, M.
ROTILI, Museo Piersanti. Matelica, APT Fabriano,
Ancona 1998, p. 28.
Plinio il Vecchio rappresenta la maggiore fonte latina di
informazioni, anche in riferimento ai rinomati vini della nostra
regione, la V Regio Picenum . Oltre alle notizie riportate da
Plinio, si ricorda la sosta di Annibale dopo la battaglia del
Trasimeno che ristorò i cavalli con del vino vecchio piceno e
questo stesso vino nella Tarda Antichità è menzionato anche da
Sant'Ambrogio in una sua opera . Le notizie pervenuteci per
iscritto rimangono comunque spesso difficili da collegare alla
reale viticoltura di quel tempo ed ancor più del nostro. Anche
riguardo al più noto vino antico, il Falernum, le notizie
realmente verificabili sono poche tanto che lo Studioso Carlo
Federico Weber riporta "
l'origine di questo vino, il
modo di coltivarlo, le sue caratteristiche non ci sono
sufficientemente noti
" . Questo Autore accomuna
inoltre le Marche e la Campania dando credito alla teoria
etimologica di Andrea Bacci secondo la quale il nome Falerno dato
al vino deriverebbe dalla città romana di Falerio Picenus oggi
Falerone (AP) . Dobbiamo arrivare al Medioevo per ritrovare a
Matelica frequentissimi documenti d'archivio, religiosi e non,
relativi al possesso ed alla compravendita di vigne e di vino. In
un atto notarile (conservato presso l'Archivio di Stato di
Macerata, Sezione di Camerino) rogato dal Notaio matelicese
Niccolò Attucci, datato 12 Gennaio 1579 si apprende che "
Item
se obliga piantarci tutti buoni vitiami, et per di più Verdichio
et Brungentile
" . Si tratta, fino ad oggi, della prima
citazione esplicita del vitigno Verdicchio per Matelica! Questa
datazione è particolarmente utile in quanto permette di "
presumere
notizie parallele anche per il futuro, pur non specificate con la
dizione Verdicchio
" . Anche se questa fonte non ci
permette di valutare le caratteristiche ampelografiche ed
agronomiche del vitigno citato, un indizio interessante viene dai
catasti cittadini di Matelica della stessa epoca (XVI secolo) in
cui si riporta che "
la vendemmia che non doveva mai
precedere o coincidere quella nelle terre di Fabriano."
lasciando presupporre che il vitigno in questione necessitava di
una raccolta ritardata e quindi medio tardiva come quella dell'attuale
Verdicchio coltivato a Matelica. . Nello stesso secolo (XVI) la
viticoltura doveva essere molto fiorente nell'Alta Valle Esina ed
in particolare nel Matelicese se nel 1587 un anonimo estensore di
Matelica annota "
il sito et per la deligente
coltivatione
produce ottimi vini de quali ogni anno può
darne
(molte) some senza suo incommodo alli luoghi
circonvicini
" . La scienza enologica quasi nello
stesso periodo si arricchisce dell'opera, ancora non pienamente
apprezzata, del medico Francesco Scacchi . Nei secoli successivi
molti documenti testimoniano l'attività vitivinicola matelicese:
i Libri giornali dei Monasteri, i Registri dell'Amministrazione
delle Confraternite e numerosi Atti notarili. Arrivando al secolo
scorso si trovano notizie attraverso gli Atti dell'Inchiesta
Jacini della seconda metà dell'Ottocento. In questo rapido
excursus storico-cronologico si è voluto mettere in evidenza la
continua persistenza, nella zona di Matelica, di una cultura
della vite e presumibilmente anche del vino, vecchia di almeno
duemila e seicento anni, senza però poter essere in grado, con
le conoscenze attuali di dire alcunché circa l'effettiva
rispondenza tra vitigno e prodotto vinificato nell'Antichità e
le tecniche d'allevamento o di vinificazione adottate. In ogni
caso la lunga tradizione evidenziata e le qualità peculiari di
questo vitigno ci inducono ad esaltarne l'aspetto 'autoctono'. Lo
stesso Bruni afferma che "
non si conosce quando fu
introdotto, ma sembra antichissimo nelle province marchigiane,
dove viene coltivato senza riguardi alla natura del terreno e all'esposizione
"
. Puntare sulla coltivazione dei vitigni locali rappresenta per
la viticoltura italiana un modo efficace per valorizzare le
produzioni intimamente legate al proprio Territorio. Questa si
configura come l'unica strada percorribile per contrastare,
almeno in parte, una certa tendenza all'appiattimento della
nostra enologia di alto profilo qualitativo, che troppo spesso è
risultata sottomessa ad un'esterofilia predominante verso la
quale ora fortunatamente ci si confronta con sempre maggiori
serenità e sicurezza derivate dalla consapevolezza della bontà
ed originalità dei proprî prodotti.
* Il Testo è tratto dall'Articolo pubblicato
nel supplemento a "Il Moscone" n. 40 del 28.10.99
Direzione , Redazione Viale Europa, 17 62024 Matelica MC e-mail moscone@wnt.it
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