ARCHEOLOGIA
Si sta concludendo il progetto della Sovrintendenza: nel
2003 le prime bottiglie
Torna il vino di Pompei*

Presentazione
Che sapore avevano i
vini che bevevano gli antichi? E' la domanda che ci si
pone leggendo certi classici (vd. per esempio "La
cena di Trimalcione" di Petronio Arbitro del I
secolo d.C.) o pensando all''importante recente (1998)
scoperta archeologica di alcuni vinaccioli in una tomba picena
dell'VIII secolo a. C. a Matelica (MC). Alcune risposte le possiamo avere dall'archeologia
sperimentale, che si propone di verificare sul campo e
riprodurre la fattibilità di ipotesi studiate prima a
tavolino (grazie a fonti di varia natura). Dal contributo
che vi proponiamo di seguito della nostra amica Anna
Maria Ciarallo della Soprintendenza Archeologica di
Pompei, che conosciamo ed apprezziamo da un paio d'anni
tramite l'e-mail, si hanno dei primi elementi per
rispondere alle nostre curiosità enologiche moderne,
grazie alla prima esperienza del vigneto filologicamente
impostato di Pompei.
Fabriano (AN), 21 Marzo
2001. I Curatori Alvise Manni e Franceco Sbaffi.
Si ringrazia Barbara
Giurastante per l'assistenza tecnica.
Bacco si prepara a far festa. Il vino
è tornato a Pompei. Ancora non possiamo vederlo,
odorarlo, assaggiarlo. Non c'è neppure una bottiglia che
lo contenga. Ma basta solo avere un po' di pazienza e tra
qualche tempo vedremo le prime bottiglie con l'etichetta
che ci presenterà il "vino di Pompei".
(Nella Foto: Bacco e il Vesuvio, Affresco.
Pompei Casa del Centenario, tratto da Homo Faber Natura,
scienza e tecnica nell'antica Pompei, a Cura di A.
Ciarallo, E. De Carolis. ELECTA 1999)
Dopo tutto, la presenza del vino alle
falde del Vesuvio non è una novità. Si sa che gli
antichi Romani amavano il vino. Lo usavano per
accompagnare i pasti, per rallegrare le feste e anche
come medicinale. A Pompei, la florida e vivace città
soffocata e cancellata dall'eruzione del Vesuvio del 24
Agosto delll'anno 79 dopo Cristo, la vite veniva
coltivata in abbondanza. Le tracce di quelle coltivazioni
sono ancora evidenti, così come tanti altri aspetti
della vita quotidiana di Pompei.
Lo studio di queste coltivazioni ha
appassionato Annamaria Ciarallo, una studiosa
specializzata in biologia ambientale e responsabile del
Laboratorio di ricerche applicate della Sovrintendenza di
Pompei. Per la Dottoressa Ciarallo, che ha l'ufficio in
una antica casa romana ristrutturata, posta proprio
accanto agli scavi, l'area archeologica di Pompei
continua ad essere una miniera di scoperte. "Tra le
tracce di coltivazioni nella zona pompeiana",
racconta, "le più frequenti sono i vigneti.
Studiando quelle rimaste nel suolo e alcuni reperti, come
i frammenti del legno di vite, siamo in grado di sapere
non solo dove i Romani coltivavano la vite, ma anche il
sistema di orientamento dei filari e altre importanti
notizie. Tra l'altro, tutti i vigneti sono nelle
vicinanze di vari locali di servizio che abbiamo
identificato come sale di pigiatura, vasche di raccolta
del mosto, magazzini che contenevano anfore".
Nella Foto a
fianco: AnnnaMaria Ciarallo
Allo studio di questi reperti si è poi
affiancato il lavoro degli specialisti di ampelografia,
la disciplina che studia e classifica le forme delle
foglie di vite e dei grappoli d'uva. Questo tipo di
studio si è basato sui frammenti di affreschi pompeiani,
nei quali sono raffigurati grappoli o scene di vendemmia.
Uno di questi affreschi, detto degli Amorini vendemmianti,
mostra due putti: uno, su una scala, taglia i grappoli da
un tralcio che pende dal festonesuperiore, mentre l'altro,
a braccia tese, è pronto a raccogliere i frutti per
collocarli in un cesto posato al suolo.
Altra fonte di conoscenza sul vino e le tecniche di
coltivazione della vite dei Romani sono i testi dell'antichità.
Autori come Plinio, Varrone e Catone si sono più volte
occupati di agricoltura. Ma in questo campo lo scrittore
più prezioso è Lucio Giunio Moderato Columella, autore
del trattato L'arte dell'agricoltura. Dal suo testo si
possono imparare tante cose sul vino al tempo dei Romani.
Ad esempio, vi siete mai chiesti che cosa fareste se un
topo finisce malauguratamente nel vino? Ecco la soluzione
di Columella: "Se un serpento o un sorcio o un topo
sarà caduto nel mosto, perchè non faccia diventare
puzzolente il vino, appena si troverà il suo corpo, si
bruci, e quando le ceneri saranno fredde, si versino nel
recipiente e si mescoli ben bene con un mestolo di legno:
questo servirà da rimedio".
Da tutte queste fonti sappiamo che il vino di Pompei era
rosso, decisamente robusto e pesante (probabilmente
veniva "spezzato" con l'acqua per renderlo più
bevibile), comunque piuttosto pregiato, tanto da essere
esportato in varie province dell'Impero. "Le anfore
provenienti da Pompei", dice la dottoressa Ciarallo,
"sono state ritrovate in diverse parti dell'area
mediterranea".
Nuovi grappoli dagli
antichi filari
Come ricreare questo vino? Nel 1997,
Annamaria Ciarallo e la Sovrintendenza decidono di
avviare un progetto sperimentale.
(Nella Foto: Sistemazione a conchette per
vigneto. Archivio disegni Ufficio Scavi Pompei, tratto da
Homo Faber Natura, scienza e tecnica nell'antica Pompei,
a Cura di A. Ciarallo, E. De Carolis. ELECTA 1999)
Individuano i calchi delle radici della
vite e lí, sulle tracce degli antichi filari, piantano
la vite scegliendo alcuni vitigni autoctoni dell'area
vesuviana. Per la parte tecnica dell'operazione, la
Sovrintendenza decide di affidarsi a un'azienda
vitivinicola che offre tutte le garanzie di serietà e
preparazione, la Mastroberardino.
Fondata ad Atripalda, in provincia di Avellino, nel 1878,
la Mastroberardino è un'azienda che non solo produce
vini di qualità come il Taurasi, l'Aglianico, il Greco
di Tufo o la Falanghina. L'azienda è anche ente di
ricerca per il ministero dell'Università e un attivo
centro culturale sede di mostre, convegni e spettacoli. I
tecnici della Mastroberardino hanno individuato un primo
campo sperimentale in corrispondenza dell'antico vigneto
posto presso la Casa dell'oste Eusino. Da questo vigneto
nel 1999 sono stati ottenuti i primi grappoli. "Questi
grappoli", spiega l'imprenditore Piero
Mastroberardino, "sono stati avviati ai nostri
laboratori per i primi esperimenti di microvinificazione.
In questo modo abbiamo studiato la risposta dei vitigni
all'ambiente attuale di Pompei e ora sappiamo su quali
qualità puntare. Finora, sull'area di Pompei abbiamo
realizzato nove appezzamenti, che corrispondono circa ad
un ettaro di superficie. Ormai si tratta di un progetto
ben concreto e visibile".
Quest'anno c'è stata la
seconda vendemmia
Nell'autunno del 2000 c'è stata la
seconda vendemmia pompeiana e l'annata si annuncia ottima.
Ma il vino ancora non è pronto, anche se Piero
Mastroberardino concede qualche anticipazione: "Sarà
sicuramente un vino rosso, importante, ben strutturato.
All'80 per cento sarà formato dal vitigno Piedirosso, il
resto dal vitigno Sciascinoso".
Nella Foto: Frammenti di decorazione
pittorica, Affresco proveniente dalla Casa del Bracciale
d'Oro, Pompei, tratto da Homo Faber Natura, scienza e
tecnica nell'antica Pompei, a Cura di A. Ciarallo, E. De
Carolis. ELECTA 1999)
Dopo la pigiatura, la macerazione al
freddo e la fermentazione, il vino sarà affinato parte
in botti di legno e parte direttamente in vetro. Se tutto
procederà bene, le prime bottiglie del vino made in
Pompei dovrebbero essere pronte nel 2003. La
Sovrintendenza punta a una produzione massima di circa 5.000
bottiglie. Un vino quindi a produzione limitata, che non
troveremo certo al supermercato. Sarà un vino raro,
pregiato e prezioso, probabilmente destinato a celebrare
importanti occasioni di rappresentanza. Un vino
inimitabile, come Pompei.
*Articolo tratto da "Famiglia
Cristiana" n. 2/2001, di Roberto Zittichella,
Foto e didascalie dei curatori
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