STORIE
DI RECIPIENTI E DI CONTENITORI VINARI NELL'ALTO MEDIOEVO
del Profressor MICHELE
COLABELLA
(Studioso di Storia
Locale, originario di Bonefro - CB, ma residente a Milano).
Premessa
Siamo orgogliosi di
allargare il nostro raggio delle collaborazioni e questa
volta abbiamo un interessantissimo contributo (storico-filologico-enologico)
da un fine conoscitore di storia locale molisana, il
Professor Michele Colabella. Michele ha al suo attivo una
decina di libri sulla storia del suo paese natale,
Bonefro (CB) ed è il Curatore del locale Museo della
Civiltà Contadina. Ogni angolo d'Italia trabocca
di spunti per chi vuole approfondire le tematiche locali:
sta poi ad un successivo livello integrarle fra di
loro e coglierne le sintesi analizzando i particolari: è
quello che stiamo cercando di fare col nostro sito!
Fabriano (AN), 6 Marzo
2001
I Curatori: Alvise
Manni e Francesco Sbaffi, con la collaborazione tecnica
di Barbara Giurastante.
Nel periodo storico che segna il
passaggio dalla tarda antichità romana all'alto Medioevo
naturalmente erano ancora in uso i dolia, gli orci e le
anfore. Un fatto straordinario avvenuto poco prima della
spedizione in Africa di Belisario contro Gelimero (534 d.C.),
in effetti, attesta chiaramente le sopravvivenze della
cultura enologica greco-romana.
Nella
foto: Preparazione dei contenitori per la vendemmia
La vendemmia quell'anno era stata
particolarmente copiosa nei vigneti, che il generale di
Giustiniano aveva ereditato in un suburbio di Bisanzio,
tanto che i servi erano riusciti a riempire di vino una
grande quantità di orci. Li deposero quindi nella
cantina, piantando in terra l'estremità inferiore e
chiudendo la parte superiore con pezzi di luto. Passarono
otto mesi e il vino, ribollendo in alcuni dei contenitori,
ruppe i tappi e sboccò fuori in gran quantità,
inondando il suolo e formando come un grande stagno.
Visto ciò, i servi versarono parte di quel vino in molte
anfore e turarono di nuovo gli orci. Ripetutasi più
volte la fuoriuscita del vino, essi avvertirono il
padrone che, preoccupato, mostrò ai suoi amici colà
convenuti quello che stava ae la vvenendo: tutti però ne
trassero felici auspici e predissero grandi beni per la
casa.
Tutt'altro clima si respirava nell'epoca
carolingia, quando ormai era in pieno sviluppo il mondo
medievale. L'Imperatore Carlo Magno, anche se moderato
nel bere, tanto che aveva in odio l'ubriachezza di
qualsiasi uomo (Eginardo), aveva una particolare cura dei
suoi vigneti. Nel Capitulare de villis, emanato nell'800
d.C., dette disposizioni affinchè i torchi fossero
preparati "nella più grande nettezza" (c. 41),
nessuno osasse pigiare l'uva con I piedi, per far sì che
tutto fosse "lindo e pulito" (c. 48), venissero
utilizzate delle buone botti (barriclos) cerchiate di
ferro e non si facessero otri di cuoio (c. 68). Il
termine da lui adoperato mostra che ci troviamo di fronte
alle antenate delle famose barriques oggi tanto in voga.
Nel privilegi del sinodo di St-Denis (a.
862) si ordinava ai carpentieri di costruire i cerchi per
i contenitori di vino (vasa vinaria) e agli abitanti di
Madriaco (oggi Méry-sur-Oyse) di fornire le doghe
sufficienti per costruire un pontones, una specie di
grande dolio in legno.
Nella
Foto: Lavaggio e pulitura delle botti
Presso i Galli era usanza diffusa
ricoprire internamente di pece i vascula vinaria per far
meglio conservare il vino, con la conseguenza però di
fargli acquistare un sapore e un odore nauseanti.
Tuttavia, l'ignoto autore del viagio di San Pier Damiani
nella Gallia (a. 1063) scrive che il liquido così
ottenuto era diventato una specie di pigmentum (vino
speziato), che poteva essere usato per curare l'infiammazione
della gola (pruritus gulae).
Nell'area franco-germanica i
contenitori vinari di gran lunga più diffusi erano la
carrata e la tonna. La carrata era una specie di grande
botte, così denominata perchè, per trasportarla, era
necessario un carro trainato da sei cavalli normali o da
quattro più robusti (vas vini, quod trahunt sex equi,
vel quatuor fortes). Nel dizionario tedesco-italiano di
Bidoli-Cosciani il termine Fuder viene tradotto sia con
"carrata" sia con "botte della capacità
di 780-1800 litri".
La tonna, invece, era una botte di
media grandezza (vas medium), da cui sono derivati i
termini francesi tonne e tonneau ed il tedesco Tonne.
Sant'Icmaro ricorda un macabro episodio avvenuto nell'anno
880.
Il Re Carlo II il Calvo, mentre attraversava le Alpi,
attaccato da una furiosa febbre morì prima di poter
raggiungere Parigi. Con l'intenzione di trasportarlo
verso il monastero di St-Denis, dove desideravano
seppellirlo, gli uomini del seguito estrassero le visceri
dal suo corpo e per quindici giorni lo cosparsero di vino
e di vari profumi. Quindi lo introdussero in una tonna,
impeciata interiormente e ricoperta con un involucro di
cuoio, per non fare sentire il fetore del cadavere in
putrefazione. Alla fine, passati altri quindici giorni
per il viaggio, gli uomini si dettero per vinti e
seppellirono l'Imperatore nel monastero di S. Marcello
nella Burgundia.
In tutt'Italia i contenitori più usati
erano senza dubbio le tinelle (grossi tini di legno per
la fermentazione delle vinacce) e le botti, ma si trovava
anche la veges, un particolare vas vinarium forse
riecheggiato nell'italiano arcaico veggia (Dante). Nel
1028 Bisanzio e la moglie Alferada donarono all"arcivescovo
di bari una capiente botte per conservarvi il vino (una
butte maiore da binum mittendum), ricavato da due vigne,
di cui una aveva 50 filari di viti da un lato e 60 dall'altro.
Faceva eccezione l'area napoletana, dove, dalla seconda
metà del sec. X, è documentato l'utilizzo di un
caratteristico contenitore: l'organeum. Non esiste alcuna
sua descrizione specifica, tuttavia, dall'analisi delle
numerose carte che ne parlano è possibile conoscerne
alcune caratteristiche. Dall'elenco dei materiali che
occorrevano per la sua manutenzione, sappiamo che era
fatto di malta e salici, tenuti insieme con dei cerchi.
Non doveva avere una struttura molto resistente, dal
momento che veniva costantemente ordinato a chi lo aveva
in custodia di aver cura di tenerlo lontano dalle fiamme
e dai topi.
Un organeum mediamente conteneva dieci salme di vino,
ovvero circa 120 litri, ma poteva avere una capacità ben
superiore, come si può dedurre dal resoconto di una lite
avvenuta nel 978 nei pressi di Amalfi. Leo e Costantinus
erano due cittadini di Atrani che vivevano in un'abitazione
con l'ingresso in comune. Il motivo del loro contendere
era nato dal fatto che il primo aveva costruito nell'atrio
una scala, parte in fabbrica e parte in legno, la quale
impediva il passaggio dell'organeum allorchè bisognava
trasportarlo dentro o fuori della casa. Alla fine fu
raggiunto un compromesso secondo cui Leo avrebbe dovuto
scomporre la scala di legno, ogniqualvolta fosse stato
necessario far passare l'organeum; in compenso gli
sarebbe stato lecito gettare l'acqua nei paraggi dell'ingresso,
evitando però di spargere letame, sterco o altra causa
di sporcizia.
Nella vita di tutti i giorni venivano utilizzati più
agevoli contenitori vinari di piccole dimensioni, sia di
origine greco-romana, sia di nuova fattura. Tra i primi
spiccavano la cupella (cupa, botte, cratello), la lagena
(piccolo orcio di terracotta con due manici, che trova
eco nella popolare langelle dell'Italia centromeridionale)
e l'enforum (oenophorum, cesta da bottiglie per il vino);
tra i secondi i barili (bariles) e i fiaschi, indicati
come flascones viniferos o, al singolare, come
vinoflascum.
Il vino a questo punto veniva finalmente bevuto nelle
varie occasioni della giornata, da soli o in compagnia,
nelle mense e nelle riunioni conviviali, con utensili
delle più diverse forme.
In un documento del 783 si ha notizia di un monastero
femminile situato nella zona di Molsheim in Alsazia, dove
vigeva la consuetudine di offrire il vino alle suore in
un vas vinarium denominato wogin.
Poco più a nord, in una zona dell'attuale Belgio, erano
diffusi due recipienti, lo scrutum e il picarium,
utilizzati principalmente per bere la birra.
Probabilmente dal secondo termine, attraverso l'esito del
francese popolare pichier (di Cange), è derivata la voce
italiana bicchiere.
Le coppe o le tazze più note erano quelle che risalivano
alla tradizione greco-romana: scifum (scyphus), cantrum (cantarus;
dette origine alla voce popolare centromeridionale candre),
pàtera.
Nel 1049 Papa Leone IX, mentre si trovava ancora nella
Gallia per sbrigare alcuni affari ecclesiastici, fu
invitato dall'abate Herimaro nel monastero di S. Remigio,
dove era conservato religiosamente uno scifum di legno
riservato alla benedizione. Un giorno, mentre sedevano a
mensa all'ora della refezione, lo scifum sfuggì di mano
al picerna (coppiere) che lo voleva porgere al Papa, e si
ruppe in due pezzi. Dopo che questi ebbe chiesto due o
tre volte di bere vino, il coppiere fu costretto a
rivelare l'accaduto. Leone IX si mostrò molto
rattristato, quindi si fece consegnare I frantumi e si
rivolse al Signore affinché la coppa ritornasse intera,
per i meriti di S. Remigio. Riunì i due pezzi che
istantaneamente si saldarono insieme, facendo tornare lo
scifum nella sua integra forma originaria.
La voce medievale più diffusa per indicare la coppa o
tazza di vino era il poculum. Sant'Alcuino, che era anche
un famoso poeta, nei suoi versi sapeva fondere i valori
del Cristianesimo con le idealità del mondo classico.
Nella vita di San Willibrod definisce il calix sia
poculum vini, che poculum Bacchi. Nella vita di San
Martino di Tours, dopo aver qualificati crystallina i
pocula, scrive che il calix niveus si colorava allorché
venivano versati i vini più rinomati dell'epoca, quali
quelli di Gaza, di Cipro e di Samo. Anche la pàtera si
colorava per il Falernum, che però il più delle volte
era artefatto
Paolo Diacono nella sua Storia dei Longobardi narra vari
episodi legati alla coppa di vino, da lui invariabilmente
chiamata poculum vini.
Uno dei primi racconti sembra avvalorare la tesi,
sostenuta per secoli, della barbarie del suo popolo. Nel
566, in occasione della sconfitta dei Gèpidi, il Re
longobardo Alboino uccise in battaglia il Re Cunigondo e
della sua testa fece un bicchiere per bere (poculum), del
tipo della pàtera. Un giorno, mentre era convito a
Verona, allegro più del dovuto, ordinò che a sua moglie,
la Regina Rosmunda, fosse portato da bere nella coppa
ricavata dal cranio del padre. Il suo non era un macabro
gesto di scherno, ma il riconoscimento del valore e della
grandezza del re sconfitto, che si inseriva nel solco
della cultura nomade, secondo la quale l'uso di
conservare il cranio del nemico ucciso aveva lo scopo di
assicurare al vincitore la sua forza vitale. L'invito a
Rosmunda di bere vino si inseriva, a sua volta, in un
rituale propiziatorio verso il nemico ucciso, per placare
con la libagione la sua anima. Il rifiuto della regina
rivelava al contrario la sua avversione a sanare l'omicidio
del padre, tanto che, poco dopo, nel 572, lo vendicò con
l'uccisione dello stesso Alboino.
Teodolinda, invece, fu protagonista di due episodi pieni
di affettuoso fervore amoroso.
Nel 588 il Re Autari inviò i suoi ambasciatori presso
Garibaldo, per chiedere in sposa la figlia Teodolinda;
ottenuto il consenso, ansioso di conoscere la sua futura
moglie, si presentó in incognito nella corte degli Ávari,
frammezzato in un gruppo di sudditi capeggiati da un
anziano. Il Re fece venire sua figlia che apparve nella
sua delicata bellezza. Autari, osservatala con segreto
compiacimento, espresse il desiderio che ella offrisse
una tazza di vino, come sarebbe poi accaduto nella corte
longobarda. La fanciulla prese il poculum e lo offerse
prima al più anziano della comitiva, quindi ad Autari,
senza sapere che era il suo sposo. Questi, dopo aver
bevuto, nel renderle la tazza, senza farsi vedere, le
toccò col dito la mano e poi si passò la mano dalla
fronte sul naso e sul volto. Soffusa di rossore,
Teodolinda raccontò l'accaduto alla nutrice, che le
disse "Se costui non fosse il Re tuo sposo, non
avrebbe osato toccarti
Di sicuro è persona degna
di avere un regno e di unirsi a te in matrimonio".
Il legame matrimoniale non durò molto, perchè Autari
nel Settembre del 590 fu avvelenato a Pavia in una delle
solite congiure di palazzo; tuttavia i Longobardi
conservarono alla Regina Teodolinda la dignità regale e
la invitarono a scegliere come futuro sposo uno dei loro
duchi. Consigliatasi con i più saggi, alle scelse il
duca di Troino Agilulfo, uomo valoroso e forte in guerra,
di aspetto e di animo adatti al governo del regno. Subito
la Regina lo fece venire a sé e andò a incontrarlo
presso la fortezza di Lomello. Continua Paolo Diacono:
"Quando arrivò Agilulfo, la regina, scambiata
qualche parola, si fece servire del vino; dopo aver
bevuto per prima, gli porse ciò che restava perchè lo
bevesse. Egli, presa la coppa, si chinò per baciare
rispettosamente la mano della Regina; ma questa, con un
sorriso pieno di rossore, le disse che non doveva
baciarle la mano colui che avrebbe dovuto baciarla sulla
bocca". Quindi lo fece rialzare per ricevere il
desiato bacio, con il quale investì Agilulfo del suo
duplice ruolo di sposo e di Re dei Longobardi.
Michele Colabella
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