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VERDICCHIO DI MATELICA PASSITO E
VINO COTTO
di Angelo Sbaffi
Fabriano, 30.10.00
L'area di produzione del Verdicchio di Matelica, la cui DOC è
è stata istituita con DPR del 21 luglio 1967 pubblicato sulla G.U.
n. 211 del 23.08.67, si estende nel territorio di otto comuni
dell'entroterra marchigiano appartenenti alle province di Ancona
( Fabriano e Cerreto d'Esi) e Macerata (Matelica, Camerino,
Esanatoglia, Gagliole e Pioraco). Attualmente risultano iscritti
all'albo dei vigneti DOC circa 270 ha dei quali la maggior parte
ricade nel comune di Matelica. In questa zona le uve di
Verdicchio bianco, oltre ad essere utilizzate per la
vinificazione del noto Verdicchio di Matelica, sono impiegate per
l'ottenimento di altri prodotti enologici tra i quali il
tradizionale vino cotto ed il passito. Il disciplinare di
produzione relativo a quest'ultimo prodotto è di recente
istituzione ed è riportato nella G.U. n. 187 del 11.08.95 con la
denominazione di "Verdicchio di Matelica Passito".
La preparazione del vino passito inizia con la raccolta di uve
selezionate nel vigneto nel periodo immediatamente precedente
alla vendemmia. Le uve sono scelte tra quelle che presentano
acini dotati di maggiore consistenza e che quindi risultano meno
attaccabili da muffe nella successiva fase di appassimento.
Questa caratteristica è molto importante soprattutto nel caso
delle uve di Verdicchio che sono particolarmente sensibili alla
Botrytis cinerea.
Raccolta la quantità necessaria di uva si portano i grappoli nel
locale di appassimento dove vengono distesi su cannicci disposti
su telai di legno oppure appesi a dei fili. Il locale adibito a
tale appassimento deve essere bene arieggiato ed asciutto: per
garantire il necessario ricambio d'aria è opportuno che vi siano
ampie finestre che bisogna avere l'accortezza di chiudere alla
sera per impedire l'ingresso dell'umidità notturna oltre che di
animali indesiderati. Nei locali di appassimento si eseguono
periodicamente delle zolforature che hanno lo scopo di evitare lo
sviluppo di muffe non gradite. Per raggiungere i migliori
risultati organolettici l'appassimento deve avvenire naturalmente
senza alcun genere di forzatura, ottenuta tramite l'uso di
aspiratori, in modo che l'uva completi il suo ciclo naturale di
maturazione ed appassimento che porta alla completa elaborazione
degli zuccheri e degli acidi. Una volta che l'uva ha raggiunto la
gradazione zuccherina voluta, compresa tra il 25 ed il 35 % in
volume, si procede alla sua pigiatura e torchiatura e si
introduce immediatamente il mosto nei caratelli opportunamente
preparati e posti in appositi locali situati sottotetto ove
possano risentire degli sbalzi termici causati dell'alternanza
diurna-notturna e stagionale.
A fianco: Tipici caratelli
per Vino passito. (Foto F. Sbaffi)
I caratelli, solitamente in rovere, non vengono riempiti
completamente e sono chiusi da un tappo di sughero sigillato con
una colatura di zolfo o di cera. La fermentazione che in seguito
avrà inizio all'interno del caratello rappresenta la fase più
delicata in quanto l'attività dei lieviti si svolge a più
riprese, senza mai raggiungere una fase tumultuosa. I lieviti che
agiscono in un ambiente di forte riduzione sono dei più vari e
danno luogo a fermentazioni spesso contemporanee a cui si
associano a volte anche fermentazioni di batteri acetici. Il vino
rimane in questi caratelli non meno di un anno, come previsto dal
disciplinare di produzione, anche se le caratteristiche
organolettiche migliori si ottengono da invecchiamenti ancora più
prolungati fino a tre o più anni. Il prodotto finito presenta un
caratteristico colore ambrato intenso, odore etereo, sapore
amabile, gusto fruttato con spiccata nota alcolica e retrogusto
leggermente amarognolo. E' raro attualmente reperire nel
matelicese vini passiti datati più di un anno in quanto solo in
seguito alle modifiche del Disciplinare di produzione del 1995,
che ha istituito la denominazione Passito, alcune aziende
produttrici ne hanno messo in commercio. Ciò nonostante già da
alcuni anni alcune aziende avevano già iniziato a produrre del
vino passito. A tal proposito molto riuscita è stata la prova
tecnica di vino passito ottenuto interamente da uve di Verdicchio
di una Azienda imbottigliatrice del matelicesa risalente al 1983.
Questo passito dopo aver subito un invecchiamento durato quattro
anni in caratelli di rovere, presentava le caratteristiche
analitiche ed organolettiche sotto riportate che erano già
conformi alle prescrizioni del nuovo disciplinare:
Grado alcolico 18,5 % vol.
Acidità totale 6,30 g/l
Acidità volatile 1,32 g/l
Zuccheri riduttori 138 g/l
pH 3,45
Colore ambrato, odore etereo, gusto amabile e leggermente
amarognolo.
VINO COTTO
Fin dai tempi passati già si produceva nel comprensorio un tipo
di vino che, sotto certi aspetti, può essere assimilato al
passito. Questo prodotto si chiama tuttora vino cotto ed è
tipico anche di altre zone delle Marche.
Il procedimento tradizionale per l'ottenimento di questo prodotto
prevede la bollitura in una grossa caldaia di rame del mosto d'uva
appena pigiato. Questa operazione è condotta a fuoco diretto
fino all'evaporazione di un terzo o anche più del contenuto di
acqua del mosto. Dopo questa energica pastorizzazione e riduzione
della massa, il mosto concentrato ottenuto viene passato in
caratelli di piccolo taglio per la fase di fermentazione.
A Matelica il vino cotto si produce esclusivamente a livello
familiare in molte case contadine; le metodologie empiriche
solitamente adottate fanno sì che i prodotti ottenuti siano
estremamente differenti e spesso di bassa qualità. Ho avuto modo
di assaggiare molti di questi vini cotti fatti in casa nella mia
ormai lunga esperienza di enologo operante a Matelica.
In figura: Egidio Mosciatti,
nella sua cantina tradizionale vicino ad un caratello per il vino cotto
a Matelica (MC). (Foto: F. Sbaffi).
Posso quindi affermare che il vino cotto rappresenta un buon
vino da dessert quando è ben prodotto ed accuratamente
conservato, tanto da riuscire a mantenere quel giusto tenore
zuccherino, che può consentire a questo prodotto di essere
raffrontato al vino passito pur senza poterne raggiungere la
qualità e la finezza. A mio parere infatti in ogni caso il vino
passito rappresenta un vino più elegante e di classe rispetto al
vino cotto che difficilmente riesce a non presentare forti note
di grossolanità. I difetti presenti nel vino cotto sono per lo
più legati al sistema di cottura a fuoco diretto ed alla forte
concentrazione che determina sempre elevati tenori di acidità
totale. Un'altra operazione che porta ad uno scadimento
qualitativo del prodotto è la riprovevole abitudine di 'rimboccare'
nel caratello del vino cotto vecchio il nuovo mosto che determina
l'avvio di nuove fermentazioni. Lo spillare inoltre dal caratello
il vino fino al suo esaurimento crea condizioni di forte
ossidazione che determinano la perdita dei tipici sentori di
fruttato. Il desiderio infine di ottenere del vino cotto dolce
spesso porta allo zuccheraggio del mosto: ben presto però, dopo
il riavvio delle fermentazioni in primavera, il vino cotto
esaurisce i propri zuccherini ed è così destinato a diventare
inesorabilmente secco. Il vino cotto al contrario è apprezzato
proprio quando risulta amabile in virtù di un determinato tenore
zuccherino.
Per un giusto equilibrio organolettico un vino cotto deve
possedere le seguenti caratteristiche analitiche :
Grado alcolico 14 % vol.
Acidità totale 6,0 -6,50 g/l
Acidità volatile massimo 0,60- 0,70 g/l
Zuccheri riduttori 60 g/l
pH 3,20-3,40
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