Tutti a Scuola a Matelica:
una (mica tanto) piccola "Atene" del Maceratese che ha formato illustri studiosi
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*Articolo pubblicato sul quindicinale Geronimo del 17 gennaio 2001

Nel passato (secoli XV e XVI) non era affatto raro che si venisse a Matelica per compiere la propria formazione culturale fino a conseguire quella che oggi si chiama la "Maturità". Era poi logico che il livello di studi successivo si frequentasse in città che ospitassero antiche e prestigiose Università. L'Italia di certo offriva l'imbarazzo della scelta essendo la patria dell'Alma Mater di tutti gli Atenei del mondo e cioè Bologna, la "Dotta". La nostra zona poteva offrire di proseguire gli Studi a Fermo, Macerata e Camerino.

In figura: Mosaico del Museo Nazionale Archeologico di Napoli (NA) proveniente da Pompei,"Scena di disputa filosofica", I secolo d.C. (da originale ellenistico alessandrino).

Come mai si andava a studiare proprio a Matelica? Evidentemente c'era un'antica tradizione scolastica, che affonda le sue origini nella leggenda, riportata peraltro anche dallo storico locale Camillo Acquacotta nella sua opera Memorie di Matelica (Ancona, 1838). Già il sacerdote alsaziano Giuseppe Antonio Vogel (XVIII - XIX secolo) accenna ad una probabile origine greca della città che sarebbe stata fondata da una colonia di esuli siracusani. Scriveva infatti nella prima pagina dei suoi appunti su "Origine e etimologia del nome": "...Pseudo Strabone (I secolo a.C. - I secolo d. C.) l. 5 dice che venisse edificata da Siracusani, che fuggivano la tirannide a. V. C. i. 300, e perché professavano le scienze greche da quella lingua ritrassero li nomi de' luoghi edificati - così ancora - Septempeda da sette colli, Matelica da mathesis cioè luogo destinato per la scuola delle scienze. Così anche Andr. Baccio de vinis H. p. 266, il quale però si dovrebbe citare per quanto dice de' vini, e non per le etimologie ed origini...". Non dobbiamo inoltre dimenticare l'importanza dei vicini empori ellenici di Ancona e Numana e le testimonianze di statuaria arcaica, da poco rivalutate, presenti nelle Marche come i due kouroi di Osimo e quello di Pioraco. Tra le carte del Vogel poi c'è n'è una con citazioni di un "Ginnasio" con annessa Biblioteca, di un Ospedale e anche alcuni frammenti di frasi scritte in greco, ricopiate da un documento logoro e senza nessuna provenienza certa, che forse fanno riferimento a Matelica.
Sempre Acquacotta (op. cit., pp. 4 - 5) a proposito dell'etimologia della parola Matelica chiama in causa Andrea Bacci, archiatra pontificio santelpidiense ed eclettico uomo di studi, di cui si è appena celebrato il quarto secolo dalla morte. Questi farebbe derivare la parola Matelica dal vocabolo greco mathesis che significa "apprendimento". Acquacotta inoltre attribuisce a Bacci l'ipotesi che alcuni Greci provenienti da Siracusa avrebbero fondato nel IV secolo a.C a Matelica un celebre Ginnasio per trasmettere la loro cultura.
Nel XVI secolo Giovan Paolo Perriberti, maestro di lettere matelicese, aveva poi fondato a Matelica un Ginnasio privato frequentatissimo dai nobili di tutta l'area maceratese - anconetana, dove si insegnavano le lettere classiche, latine e greche. E' opportuno ricordare che Giovan Paolo Perriberti potrebbe aver imparato la lingua greca da qualche emigrato fuggito dopo la conquista turca di Costantinopoli (1453), al seguito di Bartolomeo Colonna. Questi era un dotto uomo rinascimentale, copista di preziosi testi antichi, nato sull'isola egea di Chio. Fu abate commendatario di Roti dal 1463, amico della famiglia Ottoni (alla quale erano imparentati i Perriberti), importatore della stampa a caratteri mobili nel 1473 (a Matelica fu stampato un incunabolo di un'opera del Cornazzano), morto dopo il 1487. Dai documenti sappiamo che con il Colonna si spostò a Matelica una piccola comunità greca, composta di una trentina di persone. In proposito risultano interessanti certe tradizioni orali di alcune famiglie cittadine, anche umili, che vogliono ellenici i loro capostipiti.
Il ginnasio di Perriberti potrebbe essere stato aperto intorno agli anni Venti del XVI secolo, quando Matelica era al centro di grandi cambiamenti urbanistici e culturali, spesso guidati dai conti Ottoni e da esimi personaggi come il matelicese Calisto Amadei, fratello del dotto Giovanni Battista, rinomato fisico e medico in Assisi e Perugia abate commendatario di Roti, uomo di gran merito e dottrina ed Uditore della Camera Apostolica sotto Leone X.
La matrice ellenica attribuita alla città di Matelica ci porta ad azzardare una plausibile spiegazione della presenza di un rarissimo quanto misterioso orologio solare e calendario di cui sono conosciuti solamente due esemplari in tutto il mondo.

(In figura: Il Globo di Matelica, Museo "F. V. Piersanti". Foto Gianni.)

Questo orologio detto il "Globo di Matelica" è stato realizzato in marmo intorno al II secolo d. C e costruito con le coordinate della zona di Matelica. Fu poi ritrovato durante gli scavi di palazzo Ottoni nel 1985 ed attualmente viene conservato presso il Museo "F. V. Piersanti" di Matelica. Sarebbe bello pensare a questo orologio come ad un sussidio didattico per gli studenti frequentanti il mitico Ginnasio greco.
Le celebrazioni in onore di Andrea Bacci, di cui si sono appena celebrati i quattrocento anni dalla morte, illustre Archiatra pontificio santelpidiense, ci danno lo spunto per sottolineare che la sua formazione culturale, come al tempo si usava, si è svolta in parte proprio a Matelica. Lo si apprende dall'interessante libretto di Filippo Pio Massi (Yason) intitolato ANDREA BACCI Memorie sparse. Le notizie di seguito riportate sono in massima parte tratte dalla III edizione aumentata stampata a Civitanova Marche - MC, dalla Tipografia Natalucci nel 1883 e nel 1991 riproposta in 999 esemplari in ristampa anastatica dall'"Academia Elpidiana" di Sant'Elpidio a Mare (AP) (Riportata in figura).

Andrea Bacci ricordiamo si è distinto per importanti studi fra i quali spiccano i suoi interessi enologici presentati sistematicamente nella monumentale opera De naturali vinorum historia... (Roma, 1595). Nacque a Sant'Elpidio a Mare nel 1524 da Antonio e Riccadonna della famiglia dei Paleologhi,
All'incirca nella seconda metà degli anni Trenta del XVI secolo (Massi, op. cit., pp. 15 - 19) il giovane Andrea fu mandato a studiare Lettere dal già citato maestro matelicese Gian Paolo Perriberti. Il Bacci stesso lo ricorderà nel suo libro sui vini poi come uomo molto alto e magro, dedito al vino.
Appreso ben presto tutto quello che il suo Maestro poteva insegnargli, Andrea Bacci tornò a casa ed andò quindi a continuare gli studî di Filosofia a Siena dove nel 1545 iniziò ad avvicinarsi alla Medicina.
Circa nel 1547 si portò a Roma per specializzarsi e dopo aver esercitato come Medico a Serra San Quirico (Ancona) nel 1552 ritornò nella Capitale. E' di questo periodo una gita (Massi, op. cit., pp. 23 - 25), antesignana dell'odierno stile Slow Food, con l'Arcivescovo senese Francesco Piccolomini a Fabriano (Ancona) dove il Bacci bevendo un Trebbiano di cent'anni pensò alle prime bozze della sua opera enologica De naturali vinorum historia... stampata nel 1595 a Roma per la prima volta e dedicata al Cardinale Ascanio Colonna.

Ma torniamo al Perriberti (Massi, op. cit., pp. 28 - 33). Nel 1570 Andrea Bacci ricorda di aver ricevuto un bigliettino logoro che lo invitava a trovarsi alla locanda romana di Maestro Lupo lungo la via Giulia: era del suo vecchio maestro di Matelica.

Fu un incontro fugace in un locale seminterrato, puzzolente, umido e rumoroso, dove il Nostro incontrò il vecchio professore che subito lo accolse col suo motto: Vino! Vino! Vino! Bacci dopo poco, vedendolo ubriaco di vino dei Castelli romani, se ne andò senza salutarlo.

Il giorno successivo Bacci, pentito, lo cercò a casa sua e purtroppo lo trovò già morto probabilmente a seguito della sbronza della sera precedente.

Dov'è morto il nostro Periberti? La taverna di Mastro Lupo, forse demolita sotto Sisto V, doveva trovarsi sulla un tempo malfamata zona di via Giulia che vedete qui a fianco.

 

Chissà se il vino servito nelle locande del quartiere marchigiano della via Giulia non avesse ricordi della nostra Matelica?

In questo modo doveva apparire la via cinquecentesca (almeno stando a questo "brandello" di case salvatesi dai vari picconi demolitori: si tratta di abitazioni adibite a botteghe e pure a locanda ed osteria al piano terra).

Il rapporto importante che legava le Marche al Lazio per l'abitudine diffusa in passato di trasferirsi in quella regione per i lavori agrari stagionali, porta a pensare che il nostro Verdicchio fosse in passato molto diffuso nei Castelli Romani in epoca pre - fillosserica (prima del 1850). In seguito, come sostiene il Professor Attilio Scienza docente di Viticoltura all'Università di Milano, questo vitigno sarebbe stato sostituito con il Trebbiano Verde perché quest'ultimo presentava minori difficoltà di maturazione legate alle evoluzioni climatiche della zona laziale dove attualmente è molto diffuso.

Andrea Bacci morì all'età di 74 anni il 25 di Ottobre dell'anno 1600 a Roma, lasciando due figli (Ercole e Flaminio): morì probabilmente passando dolcemente dallo studio alla morte .

 

Tutta la zona compresa all'incirca tra via del Gonfalone, via delle Carceri, via di Monserrato e piazza Padella, davanti alla chiesa di San Nicola "de furcis" (nei pressi del Tevere, oggi demolita) era infatti, fin dal Medioevo, una delle più malfamate di Roma. In un manoscritto del 1556, pubblicato dall'Armellini, la chiesetta di San Nicola viene così descritta: "San Nicola Incoronato è dietro Strada Giulia. È una chiesuola simile piuttosto ad una cappella che ad una chiesa parrocchiale... è piccola e il detto cappellano dice che le feste, quando dice messa, le persone stanno fuora della strada. Dice che fa 150 case di gente vilissima, meretrici, hosti, alloggiatori e persone disoneste la maggior parte, poche case di nobili...". Riguardo poi al soprannome della chiesa, "de furcis", esso viene spiegato in questo modo: "anticamente era una cappella dove sta l'altare et all'incontro et appresso la porta della chiesa se faceva la iustitia de' condannati a morte cole forche, sopra un pozzo onde li sotto vi è anco la preta che cuopre il pozzo dove si gettavano i corpi di giustiziati e perciò si chiamava San Nicola dei Giustiziati".

 

Qualche altro scorcio di via Giulia:

indecifrabili indicazioni di una struttura o di un edificio pubblico in via Giulia, XVI-XVII secoli.

 

 

 

 

 

 

Immagine un po' "vecchiotta" di via Giulia (A. Franz)

Qui sotto la cartina di via Giulia:

16) - Pallottini (17) - Sangallo-Medici-Clarelli

(18) - Sacchetti Ricci - Donarelli

(31) - dei Tribunali

(19) - Le Carceri Nuove Planca Incoronati

21) - Ricci

(20) - Collegio Ghislieri

(23) - Collegio Spagnolo

(25) - Cisterna

(25) - Baldoca Muccioli

(24) - Lecca di Guevara

(22) - Varese

(26) - Falconieri

(27) - Farnese

(30) - Pateras

(28) - Spada Ospedale dei Mendicanti

Matelica (MC) 17 Gennaio 2001.

Alvise Manni, Matteo Parrini e Francesco Sbaffi


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