Intervento della professoressa Miria Mori Secci presentato in occasione del Convegno:

Il Verdicchio di Matelica attraverso i secoli: percorso storico della viticoltura nel territorio di Appenninia, prospettive di sviluppo all'alba del terzo millennio.

Matelica, 25 Giugno 1999

Panorama di Matelica

 

MACRORESTI VEGETALI

di Miria Mori Secci
Dipartimento di Biologia Vegetale
Università di Firenze
Via La Pira 4, 50121-I

 

Sono stati analizzati 52 vinaccioli interi (più 30 frammenti) provenienti da un bacile rinvenuto in una tomba a Matelica (MC).

Descrizione dei reperti

VITACEAE
- Vitis vinifera L. (Vite)
Nel sito qui in studio sono stati ritrovati 52 vinaccioli (più 30 frammenti).(Foto a fianco gentilmente concessa dalla Sopr. Arch. per le Marche, n.d.c.).Si è proceduto alla identificazione dei reperti interi cercando di distinguere la sottospecie selvatica da quella coltivata sulla base delle diverse caratteristiche morfologiche già note in letteratura (Stummer, 1911; Schiemann, 1953; Renfrew, 1973; Nunez & Walker, 1989). Belisario et al. (1994) ci forniscono una esauriente descrizione di queste differenze: "i vinaccioli della vite selvatica sono piccoli, corti, rotondeggianti e cuoriformi, con becco poco pronunciato; quelli della vite domesticata grandi, lunghi, slanciati, ovali o piriformi e con becco più lungo e prominente. Nella parte ventrale i primi tendono ad essere appiattiti o lievemente prominenti, con due solchi stretti e profondi separati da un ponte longitudinale. Sul dorso hanno una depressione evidente, la cicatrice circolare-ovale della calaza. Gli altri presentano, ventralmente, scultura meno pronunciata ed in generale tratti più morbidi".

Nella foto,

Planimetria tomba 1, età picena, Matelica Area condominiale di Villa Clara, da AA.VV. Archeologia a Matelica. Nuove acquisizioni (catalogo della Mostra, Matelica Palazzo Ottoni Marzo Ottobre 1999) Comune di Matelica Ministero BAC Sopr. Arch. per le Marche S. Severino M. 1999, p. 42

 

Per tutti i reperti in nostro possesso le differenze osservabili si sono dimostrate tali da consentire una sicura attribuzione alla vite coltivata. Si è fatto comunque ricorso anche all'indice larghezza/lunghezza (la/lu), calcolato come rapporto fra larghezza e lunghezza massima di ciascun vinacciolo. E' importante precisare che l'indice consente di attribuite i vinaccioli a vite selvatica se compreso fra 76 e 83, a vite domestica se compreso fra 44 e 53, mentre non consente un'attribuzione precisa se compreso fra 54 e 75 (Stummer, 1911; Schiemann, 1953). L'insieme di questi dati ha permesso una precisa identificazione per tutti i nostri reperti, i cui indici sono risultati compresi fra 44 e 53, con una sola eccezione in cui l'indice è risultato 60.
Per una identificazione più sicura si è cercato infine di integrare lo studio morfometrico con quello morfologico, come suggerito da Castelletti et al (1996), anche se in questo caso l'attribuzione non mostrava dubbi. Tale elaborazione potrà consentire in un secondo momento di comparare i nostri reperti con altri di siti coevi e no. Certo tali indagini assumono rilievo solo se si dispone di un numero sufficiente di vinaccioli ben conservati.
E' auspicabile infatti che in un prossimo futuro si possa disporre di campionature adeguate, relative soprattutto all'età del bronzo - età del ferro, periodo che sembra segnare il momento critico in cui si è sviluppata la viticoltura in Italia.
Per quanto riguarda la nomenclatura qui usata è forse necessario precisare che, secondo Flora Europea (Webb, 1968), sotto l'unica specie Vitis vinifera L. si distinguono la vite selvatica, Vitis vinifera L. ssp. sylvestris (C.C.Gmelin) Hegi, e la coltivata, Vitis vinifera ssp. vinifera, e vengono riportati come sinonimi, Vitis sylvestris C.C.Gmelin per la forma selvatica e Vitis vinifera L. ssp. sativa Hegi per la forma coltivata.
La vite è un rampicante che nella sua forma selvatica ha un areale molto vasto. Questo si estende dalla costa atlantica fino all'Himalaya occidentale. E' talora presente nella parte settentrionale e più umida della cintura di vegetazione sclerofilla mediterranea, dalla Turchia e dalla Crimea, attraverso la Grecia, la Jugoslavia, l'Italia e la Francia fino alla Spagna e all'Africa nordoccidentale. Le sue origini sembra debbano essere ricercate nell'area forestale umida situata a sud del Mar Caspio e della costa orientale del Mar Nero. Le forme coltivate sono attualmente diffuse nelle zone con clima mediterraneo e submediterraneo. Dove entrambe le sottospecie sono presenti la distinzione fra loro non è facile sia per la enorme variabilità genetica che per la presenza di forme rinselvatichite facilmente ibridabili con quelle selvatiche. La differenza fondamentale fra le due sottospecie consiste nel fatto che mentre la sottospecie selvatica è dioica (cioè esistono piante femminili e piante maschili) la coltivata è monoica con fiori ermafroditi. Questo determina un chiaro vantaggio produttivo che può essere stato uno degli incentivi alla scelta della seconda per la coltivazione (Scossiroli, 1988).
Sembra ormai certo, dai dati oggi in nostro possesso, che i frutti della forma selvatica fossero oggetto di raccolta da parte dell'uomo fin da epoche molto precedenti alla domesticazione (Zohary & Hopf, 1993), in Italia diversi sono i siti neolitici che accanto ai resti di cereali e leguminose coltivati hanno restituito semi di piante selvatiche commestibili fra cui la vite (Castelletti, 1972; Costantini, 1982; Forni, 1979; Mori Secci, 1991). Scarsi sono i dati relativi alla sottospecie domestica fino alla prima metà dell'ultimo millennio a.C.; questa è segnalata per l'età del bronzo a Monte Leoni in Val di Parma (Forni, 1979) e in forma dubitativa, sempre per l'età del bronzo, nella provincia di Modena (Bandini Mazzanti & Taroni, 1989).
Nel sito di Livorno - Stagno tarda età del bronzo (Mori Secci, in stampa) sono stati ritrovati vinaccioli con caratteri intermedi e compositi (2993) insieme con alcuni sicuramente attribuibili alla vite selvatica (721) e altri a quella coltivata (841). La mancanza di ulteriori conferme così come il ritrovamento di utensili, recipienti o altri attrezzi da riferirsi ai processi di vinificazione, non ha consentito per il sito di Livorno-Stagno di poter asserire di essere sicuramente in presenza di vite coltivata per la vinificazione. Inoltre i criteri di distinzione sarebbero, secondo alcuni autori (Hopf, 1983), solo indicativi quando ci troviamo all'interno dell'areale naturale della vite selvatica. D'altra parte il numero così elevato di semi e la presenza, anche se limitata, di legno in loco sembrerebbero quantomeno indicare una raccolta sistematica.
Dati archeologici indicano che il commercio del vino in Etruria coincide con l'influenza della colonizzazione greca nel sud d'Italia anche se i diversi sistemi di coltivazione sembrano confermare l'esistenza di una viticoltura indigena che avrebbe imposto i propri metodi anche ai vitigni orientali una volta introdotti. Numerose devono essere state le ibridazioni fra le forme spontanee e quelle introdotte.
Per l'Italia centrale Ampolo (1980) segnala la presenza di chicchi d'uva in corredi funerari del VII secolo a.C. e forme ceramiche connesse con l'uso del vino già nel secolo precedente. Costantini e Costantini e Biasini (1987) hanno ritrovato semi di vite domestica a Gran Carro (Bolsena) già nel IX secolo a.C. Sembra ipotizzabile quindi un lungo periodo d'incubazione che va dalla raccolta-selezione di frutti spontanei, poco zuccherini e non idonei alla vinificazione, fino all'introduzione di vitigni orientali e quindi alla nascita della viticoltura a scopo commerciale.
In Italia meridionale l'affermazione delle vite domestica di può datare con l'avvento degli Enotri, in Italia settentrionale con la colonizzazione etrusca della valle del Po centro-occidentale, iniziatasi nella prima metà dell'ultimo millennio a.C., ma diffusasi rapidamente anche nelle aree vicine. La documentazione paleobotanica conferma tale tipo di diffusione (Forni, 1996). E' all'inizio della civiltà del ferro che con il costituirsi delle varie etnie regionali si caratterizzano i vari tipi di agricoltura con particolari varietà di piante coltivate e razze di animali allevati. E' di conseguenza in tale epoca che si forgiano i primordi dei vitigni e quindi dei corrispondenti vini locali (Liuni, 1983) Così la cultura japigia (Puglie) è la matrice delle antenate del Negro Amaro, del Primitivo e dell'Uva di Troia; la cultura delle tombe a fossa, sul versante tirrenico, delle antenate del Nero Aglianico. Gli ascendenti del Nero Sangiovese e del Montepulciano vennero modellati nella cultura medio adriatica. Ed è nell'ambito villanoviano (Etruria) che si foggiarono i primordi del Bianco Trebbiano (Forni, 1996).
Nonostante queste derivazioni sino note a livello storico-agrario (linguistico) non è possibile, basandosi sulla sola indagine paleobotanica, spingersi fino all'identificazione del vitigno. Le variazioni morfologico-morfometriche sono tali da consentire solo una comparazione statistica che richiede peraltro indagini su grandi numeri. Infine gli eventi che hanno caratterizzato la coltivazione della vite in questi ultimi millenni sono molto complessi, tali probabilmente da non consentire raffronti diretti con i vitigni attuali.
Ritengo che il ritrovamento di vinaccioli sicuramente attribuibili a forme di vite coltivata in siti, come questo di Matelica, che si collocano cronologicamente non lontano dal periodo "critico" - quasi sicuramente inizio della coltivazione sistematica della vite - sia molto importante. Se da un lato infatti conferma quanto già noto (Forni, 1990) dall'altro ci da la certezza che durante VIII - VII a.C., gli etruschi erano già arrivati ad una selezione accurata, come ci appare dalla morfologia di questi semi.

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Foto e didascalie inserite dai curatori A. Manni e F. Sbaffi.

Foto: Gianni, Matelica (MC), Soprintendenza Archeologica per le Marche.


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